Le battaglie dal 1917 al 1918

19 agosto - 12 settembre 1917. Altopiano della Bainsizza

 

A cura di Pierpaolo Silvestri

 

 

Sul N° 19 (anno I) del dicembre 1933 de “L’ARDITO D’ITALIA - Rassegna degli Arditi di tutte le Fiamme”, a pagina 6 e 7 troviamo gli articoli inerenti alla conquista di quota 800 sull’Altopiano della Bainsizza da parte del II Reparto d’Assalto. Riportiamo le “Note del Tenente ARMANDO BONANNI, dal 5 al 29 settembre 1917”:

         “Insofferente alla snervante vita di trincea, passai volontariamente, con tutto l’entusiasmo, dal 220 Fanteria al II Reparto d’Assalto, il 5 settembre1917, all’atto cioè della sua creazione a Sdricca di Manzano; e misi subito ogni cura nell’istruire gli arditi della I Compagnia. (Capitano Carlo Signorelli).

         Il 28 dello stesso mese ebbi l’ordine di recarmi con essa all’Altipiano della Bainsizza alle dipendenze dalla 66 Divisione, comandata dal valoroso Generale Papa*, cui era affidato il compito della conquista di quota 800 (detta il “Fagiolo”).

           Partimmo tutti con entusiasmo per la prova del fuoco del nuovo Reparto e, giunti sull’altipiano, furono prese le disposizioni per l’azione che doveva compiersi all’alba del dì seguente.

Nel quadro generale di essa, deve tenersi presente che io comandatola colonna di sinistra, e cioè quella di direzione, e che perciò su di me pesava intera la responsabilità del successo e dell’entità di esso. Le altre due colonne, del centro e di destra, comandate dai sottotenenti Lionti e Falcone –la seconda in unione con gli arditi della Brigata Venezia- dovevano coadiuvare l’azione completamente affidata alla colonna di sinistra.

           Il mattino del 29, qualche minuto prima dell’ora fissata, fui costretto a dare l’ordine di attacco, non potendo più frenare l’irruenza dei miei uomini. Ci lanciammo sotto il fuoco intenso dei grossi, medi e piccoli calibri, contro piccoli posti nemici che si frapponevano tra le nostre posizioni e la quota del “Fagiolo”. D’un balzo vi fummo sopra.

           Io ero alla testa del mio plotone. Cinque austriaci, curvi nella trincea, sventolavano degli stracci bianchi. In buona fede credemmo alla loro resa e non sparammo, ma quando fummo a pochi metri da loro, essi gettarono varie bombe. Fortunatamente una sola esplose ed io fui l’unico ferito. Le schegge mi colpirono all’occhio destro, alla gamba destra e sinistra ed alla spalla destra e sinistra gettandomi a terra. Mi rialzai subito e, non sentendo dolore non pensai neppure di ritirarmi dal combattimento. Intanto i miei uomini avevano punito i traditori come meritavano. Nessuno di essi uscì più dalla trincea.

           Proseguimmo verso la mèta ed occupammo tre ordini di trincee dopo violenti combattimenti a corpo a corpo. Chi può riferire gli atti di valore di ogni uomo?

           Ad un tratto, voltandomi, vidi un gruppo di prigionieri, da noi ricacciati indietro verso le nostre linee, che riprendevano le armi, ed uno l’aveva già puntata verso di me. Sarei stato ucciso se il mio attendente –sodato Chiurlo Cosimo, già da venti mesi mio fedele compagno- non avesse finito con un colpo di pugnale il prigioniero ribelle. Per la sua condotta il soldato Chiurlo, ottenne  -su mia proposta- la medaglia d’argento al valor militare.

           Continuando la lotta con ardire e con fede, raggiungemmo presto l’obiettivo e ci gettammo sul rovescio del “Fagiolo” precipitandoci nelle caverne ove il nemico era asserragliato. Tre ne furono subito occupate dopo mischie furibonde, durante le quali consumammo tutte le nostre bombe e tutte le nostre cartucce, e –queste esaurite- continuammo le occupazioni, facendo uso delle armi e delle munizioni tolte al nemico.

           Estendendosi la zona di attacco, il combattimento si frantumava ed ogni ardito aveva un grave compito da assolvere. Io entrai da solo in altre due caverne e feci arrendere gli occupanti. I miei arditi seguivano il  mio esempio e curavano la pulizia  delle numerose caverne esistenti nelle doline per sventare eventuali attacchi.

           Al sopraggiungere delle colonne dei fanti della gloriosa Brigata Venezia, con pochi proiettili rimastici e coi lanciafiamme, privi ormai di liquido, ci ponemmo alla testa e proseguimmo l’occupazione fino a raggiungere il vallone di Chiapovano.

           Unitomi al Capitano Merlin, comandante della Compagnia Arditi di detta Brigata, ci lanciammo alla cattura di tre mitragliatrici nemiche le quali disturbavano la nostra marcia. Mentre eravamo all’assalto della terza, il capitano Merlin cadde colpito alla gola da una raffica che schiantò la sua vita gloriosa! Ma anche la terza arma micidiale fu nostra!

           Mi presentai ancora all’ingresso di altre due caverne ad intimare la resa. La mia rivoltella non aveva più colpi né avevo altre bombe. Da una di quelle caverne uscirono un maggiore, sette ufficiali e ottantacinque soldati austriaci, che, dai miei arditi accorsi, furono incolonnati ed avviati ai nostri Comandi insieme con gli altri prigionieri e con materiali, mitragliatrici, cartucce e casse di munizioni catturate.

           Pur dolorante per le molte ferite riportate, con l’occhio destro che più non vedeva, volli rimanere ancora al mio posto per dare ordini in previsione di contrattacchi, e tre violentissimi ne respingemmo, succedutisi a breve distanza, servendoci delle stesse armi catturate ai nemici.

           Alle ore 14 ritenni di poter consegnate le posizioni raggiunte alla Brigata Venezia e di ritirare gli Arditi dalla linea. I sottotenenti Lionti e Falcone, feriti al principio del combattimento erano stati trasportati nelle retrovie.

           Nella impossibilità di camminare, per le molte schegge conficcate nelle mie gambe, fui trasportato a spalle a Madoni per le prime cure. le mie ferite erano ancora senza bende, l’occhio destro era gonfio e chiuso completamente, la divisa lacera e intrisa di sangue.

           Il Comandante del II Reparto d’assalto, Capitano Abbondanza, ed il Generale Comandante la Brigata Venezia mi accolsero con le lacrime agli occhi e vollero abbracciarmi. Al Comando di Divisione il valoroso Generale Papa mi disse alte parole di lode… . Fui portato in barella al vicino Ospedaletto “Città di Milano” per subire un’accurata e lunga medicazione e poi tornai dal generale Papa che volle farmi sedere alla sua mensa e mi promise un suo ricordo, che mi spedì al mio Reparto prime di cadere eroicamente, ispezionando la stessa quota da me conquistata;  ricordo che non lo potei ricevere pel mio passaggio agli ospedali e per la ritirata poco dopo avvenuta.

           A sera, con l’automobile messo a disposizione dal valoroso Generale, raggiungevo la sede del mio Reparto a Sdricca di Manzano, febbricitante ed in condizioni miserrime pel troppo sangue versato dalle molte ferite, e soltanto il giorno dopo potè accogliermi l’ospedale da Campo 066 ove mi estrassero una prima scheggi dall’occhio destro; indi fui smistato all’Ospadale Morigi di Piacenza e poi al De Merode di Roma.

           L’Azione compiuta dai 250Arditi della I Compagnia del II Reparto d’Assalto portò all’occupazione di una posizione importante verso l’orlo sud-orientale dell’Altipano di Baisizza ed alla cattura di 49 ufficiali, 1360 soldati, 25 mitragliatrici e moltissimo altro materiale, come risulta dal comunicato del Comando Supremo del 30 Sett. 1917, e fu ampiamente illustrata dal rapporto del Comandante di detta Compagnia, da quello del Generale Papa e da due corrispondenze pubblicate nei N.i 272 e 273 del giornale “La Tribuna” del 1917. ..”   

           Il Tenente Armando Bonanni venne mutilato una seconda volta all’assalto di monte Valbella il 28 gennaio 1918; combattè la battaglia del solstizio (27 ottobre 1918) a Mornago , fu in Libia e quindi Legionario Fiumano. Partecipò alla Marcia su Roma. Morì nel 1936:

 

Dal” DIZIONARIO DELLE BATTAGLIE” Ed. Gulliver Libri. 1996.

 

19 AGOSTO-12 SETTEMBRE 1917.

Si trattò dell’undicesima battaglia sull’Isonzo che vide l’offensiva italiana articolarsi dapprima mediante la costruzione di ponti per attraversare il fiume e quindi di raggiungere l’orlo dell’altopiano. Mentre il fronte sinistro dell’attacco, corrispondente al 27° Corpo della II Armata (agli ordini del Generale Cappello), venne fermato dalla V Armata austriaca (austro-ungarica) il centro dello schieramento italiano con il 24° Corpo comandato del Generale Caviglia riuscì ad avanzare.

L’offensiva sulla destra ebbe anch’essa esito positivo tanto che il 2° Corpo conquistò Monte Santo. L’armata

riunita occupò quasi totalmente l’altopiano della Bainsizza e proseguì verso il vallone di Chiapovano, dove però venne fermata da un’altra linea di resistenza austriaca che, vista la situazione,fu costretta a chiedere l’intervento delle truppe austriache.

Ingentissime le perdite da una parte e dall’altra: gli italiani persero 143.000 uomini, gli austro-ungarici 110.000.

 

ECHI DI STORIA

Gli italiani penetrano per oltre dieci chilometri nello schieramento nemico sino ad arrivare in vista dell’ultima linea a protezione di Trieste. Mentre il comando austriaco stava decidendo di far arretrare l’intero fronte, gli italiani che avevano perso più di 100.000 uomini non riuscirono a superare l’ultimo ostacolo. Sarebbe cominciato di lì a poco il disastro di Caporetto.

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